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Il terremoto del 14 gennaio 1703 che distrusse anche Rocca Calascio (conosciuto popolarmente come il Grande Terremoto)

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Pubblicato da in Storia ·
Tags: Terremoto
Nel 1703 si verificò un violento terremoto che danneggiò il castello e distrusse quasi interamente il borgo sottostante; fu ricostruita solo la parte bassa del borgo medievale mentre il resto della popolazione, trovò rifugio più a valle, nell'attuale abitato di Calascio. Nei decenni seguenti, terminata la sua funzione strategica, la rocca andò in declino e fu progressivamente abbandonata fino a risultare completamente disabitata nel 1957.

Il 14 gennaio 1703 si registrò un violentissimo terremoto con epicentro a Cittareale, al margine settentrionale dell'Abruzzo Ulteriore. Il sisma avvenne in serata, probabilmente dopo le 18:00, e si stima abbia avuto una magnitudo momento di 6.8 causando devastazioni del XI grado della scala Mercalli; fu, per intensità, il maggiore tra gli eventi dello sciame sismico.

Secondo gli storici, fu generato non dalla faglia del Monte Vettore bensì dal movimento delle tre faglie appartenenti al sistema di Norcia.

Il sisma devastò una vasta area tra i Monti Sibillini, i Monti Reatini e i Monti dell'Alto Aterno. A Norcia, già danneggiata dal terremoto dell'anno precedente, si registrarono, tra i numerosi danni, la distruzione della cattedrale di Santa Maria Argentea e della Castellina del Vignola e le lesioni gravissime alla basilica di San Benedetto; nel contado norcino, su un totale di 10.767 abitanti, vi furono circa 1.400 morti, di cui 800 in città. Cascia venne completamente rasa al suolo causando la distruzione di pressoché tutti gli edifici compreso il palazzo Apostolico e la residenza del governatore; scomparvero totalmente i castelli di Avendita e Maltignano, e in tutta la zona si registrarono 680 morti su un totale di 5.032 abitanti.

Nella provincia aquilana le vittime furono oltre 1.600. Il sisma devastò Montereale, provocando 230 vittime in città e quasi 600 nelle ville circostanti per un totale di 800 morti su un totale di circa 1.000 abitanti. Anche nel circondario di Leonessa i morti furono 800 e vennero praticamente rase al suolo le ville di Collesecco, Pianezza, Piedelpoggio, Sant'Angelo, San Clemente, Vallimpuni e Viesci; crollarono inoltre il castello di Terzone, il palazzo dei Priori, la chiesa di San Pietro, la chiesa di Santo Spirito e la tribuna della chiesa di San Francesco.

Gravissimi crolli e morti si registrarono anche ad Accumoli, Amatrice, Antrodoco, Borbona e Cittareale. Una vittima e moltissimi danni vi furono anche a Spoleto e nei borghi vicini. A Rieti si registrarono numerosi edifici lesionati ma nessuna vittima. All'Aquila il terremoto causò gravi lesioni nelle case e crolli nelle chiese (furono distrutte le facciate delle chiese di San Pietro di Sassa e San Quinzano) ma non vi furono morti. Il 15 gennaio venne organizzata una processione di penitenza.

Il 16 gennaio, a soli due giorni dall'evento precedente, una forte scossa di magnitudo momento 6.2 con epicentro non localizzato causò danni stimati nell'VIII grado di intensità della scala Mercalli. L'analisi storica e geo-sismologica di questo evento è dibattuta: secondo alcune ipotesi, il terremoto fu causato dalla faglia di Montereale attivatasi due giorni prima per via della scossa principale mentre, secondo altre fonti, il sisma non sarebbe mai avvenuto.

Si registrarono nuovi crolli soprattutto all'Aquila dove caddero le torri campanarie delle chiese di Santa Maria di Roio e di San Pietro a Coppito, già pesantemente lesionate dall'evento precedente.

Il 2 febbraio, giorno della festività della purificazione di Maria e del connesso rito della Candelora, alle ore 11:05, un nuovo devastante terremoto distrusse quasi completamente L'Aquila, causando gravissimi danni in tutta la sua provincia.

Il sisma, con epicentro nei pressi di Cagnano Amiterno - circa 20 km a nord-ovest dell'Aquila - ebbe una magnitudo momento di 6.7 ed un'intensità del X grado della scala Mercalli. Fu provocato dalla faglia del Monte Marine, localizzata tra Barete, Pizzoli e Arischia, con propagazione nella direttrice sud-est. I documenti dell'epoca descrissero la scossa come particolarmente violenta ed ondulatoria, a differenza di quella della prima, definita maggiormente sussultoria. Si tratta del più intenso e devastante, tra gli eventi sismici noti agli storici, ad aver colpito l'area aquilana; l'energia rilasciata fu circa 5 volte maggiore di quella del terremoto del 2009.

Si verificò poco prima di mezzogiorno quando i fedeli erano radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Inoltre, la diocesi dell'Aquila era in quel momento priva di un vescovo poiché la carica di Ignazio Della Zerda, morto nel 1702, era stata affidata temporaneamente ad un vicario; mancò dunque una guida - come fu quella di Amico Agnifili nel terremoto del 1461 - che evitasse l'assembramento di una gran quantità di gente negli edifici ecclesiastici. Il sisma difatti sorprese alcune centinaia di persone (800 secondo le fonti storiche) che si trovavano in quel momento nella chiesa di San Domenico dove si concedeva una comunione generale; le capriate del tetto cedettero seppellendo i presenti e causando un numero stimato di 600 morti.

La quasi totalità del patrimonio artistico e architettonico della capitale abruzzese - di stampo romanico e rinascimentale - venne devastato, lasciando intatta solo la cinta muraria. Alla basilica di San Bernardino rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali mentre si salvarono miracolosamente la facciata di Cola dell'Amatrice e il mausoleo del Santo. Alla basilica di Santa Maria di Collemaggio si registrò il crollo del transetto e gravissimi danni all'intera area presbiteriale. Della Cattedrale dei Santi Massimo e Giorgio sopravvisse solo una parete laterale mentre alla chiesa di San Pietro a Coppito crollarono la facciata, la torre campanaria e scomparvero le cappelle della Concezione e di Santa Margherita. Crollò inoltre la sommità della Torre civica e parte dell'adiacente Palazzo del Capitano. La sede dei Gesuiti al Palazzo Camponeschi subì pesanti lesioni, come anche le dimore nobiliari di Palazzo Branconio e Palazzo Carli Benedetti. Gravi danni si verificarono alla fontana delle 99 cannelle e alle chiese di Sant'Agostino, San Biagio d'Amiterno, San Francesco a Palazzo, San Filippo, San Marciano, Santa Maria Paganica e San Silvestro.

La scossa causò peraltro la morte del camerlengo cittadino Alessandro Cresi, eletto appena un mese prima, che rimase sepolto nel crollo del palazzo di famiglia. Alla guida della città venne quindi chiamato temporaneamente Alessandro Quinzi, dell'omonima famiglia. Tra le numerose dimore nobiliari subirono gravissimi danni il Palazzo Branconio e il Palazzo Carli Benedetti.

In totale L'Aquila contò circa 2.500 morti - cioè quasi un terzo della popolazione, stimata in un numero tra le 8.000 e le 10.000 unità - ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6.000 vittime. I centri più colpiti dall'evento risultarono Arischia (dove si registrarono tra le 350 e le 400 vittime), Barete, Pizzoli e Scoppito nell'alta valle dell'Aterno e Cittareale, Leonessa - dove «non vi è remasto un muro dell'altezza di quattro palmi» - e Posta sui Monti Reatini. Montereale e le sue 36 ville, già pesantemente lesionate dal terremoto precedente, risultarono totalmente crollate. Gravissimi danni si verificarono anche a Paganica e San Pelino di Cagnano Amiterno.

Il terremoto fu avvertito in quasi tutta Italia, da Venezia sino a Napoli. A Roma scatenò il panico tra la popolazione e fece crollare due arcate del secondo recinto del Colosseo, le cui pietre vennero poi utilizzate per la costruzione del porto di Ripetta. Si registrarono danni al Palazzo del Quirinale e alle basiliche di San Lorenzo e San Pietro in Vaticano.

Alla scossa principale, per ventidue ore ne seguirono altre durante le quali la terra esalava pessimi odori e l'acqua dei pozzi cresceva e gorgogliava a causa dei gas. Secondo le fonti dell'epoca, nei giorni successivi e fino al 26 febbraio, si registrarono 160 forti repliche. Alcune grandi spaccature nel terreno si aprirono nei pressi di Cittareale - dove gli effetti catastrofici del terremoto furono amplificati dallo scoppiare di un incendio - e Pizzoli; tra Montereale e Ville di Fano, tre corsi d'acqua sotterranei fuoriuscirono dalle montagne e formarono un lago nella pianura sottostante.



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